La settimana scorsa ho visto qualcosa che normalmente non possiamo vedere.

E improvvisamente tutto ha avuto senso.

18/09/26 
(Prima stesura del 16/03/26)  

Valentina Monari


È mancata una (pro)zia la settimana scorsa. 

Una persona cara, gentile e amorevole, che ricordo sempre con affetto, da quando da piccoli la frequentavamo con mia nonna.

Al funerale, i suoi tre figli, i cugini di mia mamma, l’hanno ricordata come creatrice di una casa-roccia. 

Una colonna per la loro vita, una madre lavoratrice e porto sicuro per i ragazzi. 

Soprattutto quando suo marito è mancato prematuramente, quando il più grande dei tre aveva appena 16 anni.

Ma l’hanno anche ricordata come creatrice di una casa-elastica –– una casa capace di allargarsi per accogliere ogni familiare, amico o conoscente che arrivasse da lei alla sua porta, con un pasto per tutti che non mancava mai. 

 Mia mamma mi raccontava che, pur di ospitare tutti loro cuginetti, metteva due bimbi a nanna nello stesso letto: uno con la testa da una parte, uno dall’altra. Stretti, ma felici in compagnia.

Poi, durante il funerale, il prete ha pronunciato delle parole che mi hanno immobilizzato:

“Puoi fare tante azioni, prendere tante strade... ma il bene che fai resta per sempre.”  

Improvvisamente ho avuto l’evidenza diretta. 
Era tutto lì, davanti ai miei occhi.

Non solo nei suoi tre figli.
Nei nipoti, nei cugini, nei miei figli – i pronipoti.

Anche in tutta quella folla composta di amici, conoscenti, ex studenti (era stata insegnante) riuniti per celebrare la sua vita.

Vedevo improvvisamente fiammelle d’amore che vibravano in ognuno dei presenti in chiesa. 

Io ne portavo una in me. 

Memorie dell’amore che avevo ricevuto da lei da bambina: la merenda condivisa sul divano con la coperta a quadri, i giochi nel giardino tra gli alberi da frutto.
I ricordi, del resto, non sono nient'altro che l’immagine accessibile dell’emozione che continua a vivere in noi. 

Era tutto così evidente davanti a me.  

L’insieme di quelle persone sembrava ora un giardino in fiore – fiordalisi, papaveri, ranuncoli, margherite…– creatosi molti anni prima da un unico seme. 

Lei l'aveva piantato in una persona, magari senza nemmeno rendersene conto.

Quella persona l’aveva portato con sé.

E un giorno, in un altro luogo, con qualcun altro, quel seme è diventato un altro gesto di gentilezza, un'altra porta aperta, un altro bambino accolto, un'altra persona amata.

Una moltiplicazione da uno a molti, moltissimi. 
Un effetto domino. A cascata.  

Mi guardavo attorno: il seme era andato avanti.
Da una persona all’altra.
Da una generazione all’altra.

 

E poi di colpo ho chiuso il cerchio di un pensiero che era in me da tempo: 

 “Vale davvero la pena dare tanto bene, tanto amore, quando capita di vedere vincere i modi subdoli, l’apparenza, la prepotenza?” 

Ora, dall’alto, avevo visto un’altra storia. 

Nel piccolo, può sembrare che il male – quello stato di scarsità di risorse interiori – prevalga. 
A volte, ci sembra persino far ottenere risultati più velocemente. 

E ciò ci spiazza, creando incertezza.

La parte più difficile, il problema del dare, è che raramente puoi prevedere fin dove arriverà. Quasi mai puoi pre-vedere cosa succederà dopo.

Ma in quel momento mi è stato chiaro: a volte pensiamo che il male abbia vinto semplicemente perché stiamo guardando troppo presto, prima del tempoNon stiamo guardando la fine della storia.

L’amore che dai entra nelle persone. Le nutre e continua ad espandersi attraverso loro, raggiungendo altre persone, che forse non incontrerai mai. Crea una realtà diversa. 

Molto tempo dopo che avrai compiuto un gesto d’amore, qualcuno potrebbe essere ancora lì a raccoglierne i frutti.

 

Quel giorno in chiesa, guardando tutte quelle persone, ho avuto la sensazione di vedere l’evidenza di qualcosa che normalmente non riusciamo a vedere:

L’amore che dai torna sempre. E soprattutto, va avanti, oltre sé stessi. 

“Il bene che fai, resta per sempre.”

Certe cose sembrano modi di dire finché non appaiono estremamente evidenti.